prof

Lungi dal pensare che il mondo della scuola sia lineare, semplice da descrivere e monocolore nelle aule da riordinare, facciamo tutti un po’ fatica a star dietro ai mille cambiamenti che la politica da anni riserva a un tema trattato molte volte superficialmente, nonostante sia cruciale per l’educazione e l’istruzione delle future generazioni: il reclutamento di “nuovi” docenti. Nuovi per davvero?

Precario ordinario

Ogni anno laureati di tutta Italia, chiamati dalle Graduatorie d’Istituto, entrano in classe per trasmettere ai giovani studenti un po’ di ciò che hanno studiato, sperimentato, vissuto. Insegnare non è solo parlare di un autore o spiegare un’equazione matematica. È trasmettere una parte di sé, dare l’esempio, guidare le giovani menti verso la propria personalissima evoluzione. Il timore nascosto della prima volta in aula, davanti ad alunni che tentano di scrutare l’esperienza pregressa di chi vedono per la prima volta, è un’emozione che dà la carica per tutti i successivi giorni di quella supplenza, accettata con tante perplessità. Perplessità dovute alla lontananza da casa, alla diversità di ambiente lavorativo, alla confusione che spesso vige in questo vasto mondo complicato da acronimi e decreti di riordino, pronti a confondere ancora di più le idee. Ed è proprio quando la testa del giovane precario comincia ad orientarsi che l’esperienza finisce. Si entra a scuola da dottori, si diventa docenti e si esce da lì che docente non sei più. O non ancora, senza concorso.

Precario straordinario

Nel frattempo, però, i corridoi e la sala professori hanno favorito sinergie con colleghi che la condizione precaria la vivono già da diversi anni. Dopo tante classi di tante scuole di tante città diverse, il timore della prima volta ha lasciato il posto alla speranza della stabilità, che tarda ad arrivare. Mentre in Parlamento si cambia idea di mese in mese, la vita dei precari storici non trova pace, appesa al filo dell’instabilità che si muove in continuazione tra mille tempeste legislative. A quando il concorso? La regolarità non è mai di serie, ma un optional fin troppo costoso.

Precario di ruolo

Guardare con ammirazione al grande privilegio della stabilità dei docenti di ruolo più di tanto neanche si può. Vincere un concorso non dà sempre la garanzia della fine di un incubo. Cambio di Regione, assegnazioni provvisorie, richieste di mobilità. “Da me cattedre libere non ci sono”. E quando ci sono, qualcuno poi ha più punteggio di te e… se magari ottenessi una nuova abilitazione? Come si fa, ora che SSIS, PAS e TFA sono solo etichette assegnate a docenti in attesa di chiamata tra le variopinte graduatorie ad esaurimento e concorsuali? In fondo il docente, anche quando lo diventa per davvero, forse ama sempre conservare quel pizzico di precarietà che rende vivace la sua esistenza.

Precario paritario

Eccolo qua! Bandito il concorso per l’abilitazione. Abilitazione all’insegnamento di chi altro? Di chi insegna nelle scuole paritarie da anni, docenti di serie B, che non raggiungono la promozione della serie A  solo con gli anni trascorsi a sacrificarsi per il punteggio. Anime invisibili in cerca di riconoscimento, combattono ogni giorno la propria battaglia per non farsi annullare il lavoro fatto e non sentirsi addosso la colpa di non esser mai riuscite ad entrare in una scuola pubblica. Magari entrano in Università, alla ricerca di 24 CFU. Ma non sono di certo le uniche alla ricerca di salvezza.

Precario di sostegno

“L’insegnante di sostegno è assegnato alla classe e non al singolo alunno”, come predica una recente nota MIUR. Chiamati dalle Graduatorie di Istituto in cui si è iscritti con la propria classe di concorso, ci si ritrova ad accettare supplenze su sostegno spesso senza abilitazione, dato l’alto numero di posti disponibili in confronto al numero di abilitati. Un compito difficile, delicato, da prendere con amore e pazienza. Quando però si innesca la sinergia magica, piccoli miglioramenti sono grandi conquiste e si può tornare a casa grati per l’esperienza vissuta, come professionisti e come esseri umani. L’ascolto della classe poi è fondamentale: chi premierà mai questo doppio impegno? Troppo poca considerazione per un ruolo così impegnativo e così cruciale all’interno della scuola.

Precario primario

Insegnare a un bambino le basi della conoscenza e seguire le sue fasi di sviluppo. Aule serene e colorate tra infanzia e primaria, con recite e cori talvolta resi amari da un diploma magistrale che non dà stabilità. La danza tra le graduatorie ha il suono di ricorsi e sentenze, che tutto fanno fuorché rendere sereno il lavoro delle maestre. È qui che la precarietà si sente maggiormente, tra leggi vetuste che incastrano vite in un limbo senza fine.

E tu? Che precario sei? Chiunque tu sia, entra in aula col sorriso e indossa senso di responsabilità: hai i ragazzi del futuro nelle tue mani!